Oliviero Beha

Tra le cose che mi hanno colpito di più nello scandalo recente del calcio inglese (con venature o marezzature sarde nella persona di Massimo Cellino, che già in Italia ne aveva combinate di tutti i colori in chiave di giustizia sportiva e non, e per ora di almeno un faccendiere italiota), non c’è la banale questione di merito: Calciopoli britannica, corruzione, mazzette ecc. Quello non dovrebbe meravigliare più di tanto, se non si è in malafede o in crisi ipocratica (è una specie di ipoglicemia dello spirito, chiamata ipocrisia).

DIFFERENZE TRA STAMPA BRITANNICA E ITALIANA
Né in Inghilterra né altrove, tutto il mondo è davvero Paese. Infatti contemporaneamente alla notizia del C.T. della Nazionale albionica precipitato nel gorgo, Sam Allardyce, ecco la splendida performance di un nostro connazionale marchigiano se volete molto più romanzesca e “totoesca”, che non riguarda uno sport/business planetario come il calcio dove il denaro può tutto, ed è tantissimo, globalizzato e globalizzante, bensì le bocce: ma sì, le vecchie care bocce. Un tizio è stato condannato dopo un processo di sei anni a un mese di carcere perché si era finto un dirigente della Federazione comunicando il falso posticipo di un match in modo che la squadra avversaria a quella del suo cuore (di portafoglio non si parla…) non si presentasse in tempo, e quindi venisse data perdente a tavolino. Fantastico, è la vendita del Colosseo applicata al bocciodromo… Dunque anche se questo accostamento parrà marziano o blasfemo agli esperti, il nesso è che la “lealtà sportiva” è ormai da un pezzo sinonimo di “pernacchio”. Qual è dunque l’aspetto dello scandalo inglese “normale” che me lo rende diverso, “anormale” o almeno interessante e significativo per noi? Il fatto che sia bastata un’indagine giornalistica se volete avventurosa ma ben congegnata, e soprattutto “voluta” professionalmente, non a “coprire” come accade di solito di noi bensì a “scoprire”, per far saltare il banco. Il Daily Telegraph sapeva e ha cercato conferme. Cellino dice tra le altre cose come “il calcio è tutto sporco”. A sì? E quante inchieste alla Daily Telegraph avete notato negli anni da parte dei nostri media? Calciopoli, certo, le scommesse, certo, ma la partenza è sempre di una Procura (non federale, della Repubblica), e mai di un medium giornalistico: perché? Perché da noi giornalisticamente si collabora a vendere un prodotto, si fa i pubblicitari o gli uffici stampa dell’ex campionato più bello del mondo o dello sport business, di cui gli addetti ai lavori fanno parte. Gli inglesi invece sono sporcaccioni calcisticamente come noi, ma non hanno paura di dirlo e di rischiare i dubbi dell’opinione pubblica a proposito dello smercio del prodotto. Non a caso siamo in fondo alle classifiche sulla libertà di stampa.