Massimo Piscedda

L’impresa di un allenatore eccezionale è quella di essere normale. Il profilo a cui mi riferisco è quello di Simone Inzaghi, il quale ha espugnato meritatamente lo Juventus Stadium, che ora si chiama Allianz, ma che a me piace continuare a chiamarlo così, almeno per questa occasione. Semplicità, personalità e sapiente gestione di un gruppo che ha le tre caratteristiche fondamentali per essere squadra vera. Struttura, qualità e forza, distribuite perfettamente nei reparti dove l’allenatore ha semplicemente lavorato come si dovrebbe sempre fare.

Simone Inzaghi ha il grande vantaggio e forse anche un po’ la fortuna di essere cresciuto nell’ambiente Lazio. E lo stesso ambiente lo riconosce anche e soprattutto per le qualità umane che, supportate da quelle tecniche, sono riuscite a farlo emergere in così poco tempo. Inzaghi è un ragazzo umile e ambizioso come è giusto che sia, ma la sua voglia di diventare grande coincide con la volontà di esserlo con la squadra che più ama: la Lazio.

Ha bruciato le tappe e le sue capacità sono state evidenziate anche dalla disponibilità di calciatori intelligenti, i quali hanno puntato su di lui dandogli la possibilità di esprimersi secondo le sue idee. Idee che sono concetti base, e per quanto siano logiche a volte mettono in difficoltà tutti quei teorici che sentenziano sul gioco della Lazio attribuendogli troppa italianità, come se il concetto fosse un vero e proprio insulto. Il problema è che la semplicità (come dicono i russi) è sempre stata figlia del talento e non si deve per forza commentare attraverso degli schemi mentali preconfezionati.

Inzaghi ha riportato questo mestiere a quello che era tanti anni fa. L’allenatore è un grande punto di riferimento per lo spogliatoio, il quale si riconosce in tutte le decisioni prese prima e dopo una gara. Ma è l’uomo che fa sempre la differenza.