Maurizio Compagnoni

Spalletti di recente si era lamentato dell’incapacità dei suoi a vincere le gare soffrendo, a portare a casa i tre punti anche quando la partita si complica. È il retaggio della prima avventura di Spalletti alla Roma. Quella era una squadra bella, a volte spettacolare ma troppo spesso narcisista. Una squadra che amava specchiarsi in se stessa e che spesso lasciava punti preziosi. Il timore che la storia potesse ripetersi aveva innervosito l’allenatore. Poi è arrivato il derby e la vittoria al termine di una partita complicata, in cui la Roma ha saputo soffrire. Senza un giocatore determinante come Salah, con le alternative acciaccate (El Shaarawy) o sfiduciate (Iturbe). Spalletti è stato costretto a stravolgere il sistema di gioco e, in generale, la sua idea di calcio. Ha schierato tre difensori centrali, due terzini che spingevano sulle fasce, un centrocampo che ha usato più la spada che il fioretto e il solo Dzeko davanti. Per lunghi momenti della partita abbandonato a se stesso.

La Roma è stata umile, ha fatto sfogare la Lazio ed è cresciuta quando l’avversario è calato. Certo l’incredibile errore di presunzione di Wallace sul primo gol e stato determinante Ma la Roma aveva già spaventato due volte Marchetti con Dzeko, più assistito ed entrato in partita nel secondo tempo. Spalletti ha avuto importanti risposte da un derby che potrebbe rappresentare una svolta nella stagione giallorossa. E la partita con la Lazio ha anche promosso a pieni voti la difesa della Roma. Rudiger, Manolas e Fazio in questo momento rappresentano una garanzia. A sinistra Emerson Palmieri è in crescita a dispetto di critiche spesso eccessive. E sta per tornare Mario Rui. Con una difesa più solida e una squadra meno narcisista Spalletti può sognare. Anche se il calendario, da qui a Natale, è tremendo e bisogna capire come andrà a finire la questione Strootman.