Stefano Impallomeni

Un addio senza gioia, quello di Spalletti. Lui che avrebbe voluto spaccare il mondo, lasciare un segno, vincere uno scudetto dopo il suo primo periodo romanista in cui aveva messo in bacheca due coppe Italia e una Supercoppa italiana. E invece, nel suo secondo anno e mezzo, al suo ritorno, nulla. O forse molto. Dipende dai punti di vista, da un modo complessivo di giudicare un lavoro. Luciano Spalletti non ha vinto, ma ha svolto un ottimo lavoro, mai però come avrebbe desiderato. Terzo posto in rimonta il primo anno, partendo da una quinta posizione ereditata dall’esonerato Garcia, e un secondo posto nella stagione successiva, con il record di punti e di reti realizzate, numeri mai fatti registrare nella storia della Roma. La Juve il suo limite, ma c’è anche dell’altro.

Uno strano destino il suo. Sempre nelle retrovie di alto livello, mai primo, mai capace di godersi il gradino più alto del podio. Per la Roma dal punto di vista tecnico sarà una perdita considerevole. Spalletti è senza dubbio uno dei migliori allenatori che ci siano in circolazione. Meglio di Sarri, di Gasperini, di tanti altri, ma, forse sotto il profilo delle risorse umane, non ai livelli degli Allegri, degli Ancelotti, dei Mourinho e dei Lippi. Rappresenta un’opposizione storica rilevante da cui prendere spunto. Rumoreggia qualità, si evidenzia, non arrivando però mai al traguardo, al risultato che ti butta dritto nell’olimpo dei grandissimi. È il più bravo dei secondi, ancora non il primo tra i primi, sebbene nella preparazione e nelle conoscenze sia anche superiore ai suoi colleghi più vincenti.

Roma derby attacco

Luciano Spalletti, ex tecnico della Roma

Spalletti riflette il suo carattere forte e contorto. Non è uno qualsiasi, è un professore esemplare, insegna calcio ma fatica a reggere certi rapporti con alcuni calciatori. Non passa sopra a certe cose, non le dimentica, alimenta scontri dialettici che ridimensionano il suo enorme valore. Sa essere grande e piccolo nella stessa misura. Crea, produce e improvvisamente, se non gli garba qualcosa, ingigantisce problemi, discute temi a volte non utili alla causa, soffre terribilmente di simpatie e antipatie. Amerebbe una squadra in grado di autogestirsi, di riconoscergli la sua bravura e si sfibra nel curare, invece, quei dettagli che potrebbero fargli vincere titoli in serie come meriterebbe. È un tipo troppo totalizzante, eccentrico e vive il calcio in modo maniacale, quasi ossessivo. Ha avuto il merito di inventarsi molto, di creare “i comportamenti giusti”, ma la sua pretesa di cambiare il mondo e certi giudizi, seppur cattivi e ingiusti, o di rivoluzionare un modo di essere che non sia il suo non è certo stata una genialata. 

Spalletti, a mio parere, è bravissimo, anche se in questo anno qualcosa sa di aver sbagliato, nonostante i record e nonostante una Juventus quasi ingiocabile. Alcune partite, vedi quelle contro il Porto, il Lione, la Lazio, la Samp, il Cagliari, l’ Empoli, hanno lasciato dei dubbi sulle scelte degli uomini da schierare prima e durante le sfide. Dettagli, per carità, ma dettagli decisivi che fanno la differenza tra chi vince e chi si piazza. La Roma ha fatto il suo, altro che fallimento. Chi grida al fallimento è in malafede o un esaltato. Con 87 punti di solito si porta a casa più di un secondo posto. Ma la sensazione è che quest’anno si sarebbe potuto fare la storia, vincere davvero. Non abbiamo capito il Gerson di Torino, il Vermaelen di Genova, il De Rossi difensore con il Porto. Osservazioni su scelte non molto comprensibili, non certo critiche al veleno. Spalletti non se le merita.

Come non si meritava i fischi dei tifosi nel giorno dell’addio del calcio di Francesco Totti. Già, la gestione del capitano. Anche qui non abbiamo capito bene fino in fondo. Non abbiamo capito i perché di un rapporto così complicato con il simbolo del club. Al di là dell’amicizia, del rispetto reciproco tra i due di cui Spalletti ha parlato nell’ultima conferenza stampa, qualcosa non torna. Gestire Totti non era poi così difficile. Totti non si soffre, si sostiene, si accompagna al congedo con il sentimento, da romanista. A Spalletti, forse, è sfuggita la cosa più importante e naturale che ci sia e che si sia vissuta fino ad oggi. Totti non è soltanto un fuoriclasse. È un figlio di Roma, della Roma, dei tifosi che lo hanno visto crescere e giocare fino alla soglia dei 41 anni. Un amore unico ed esclusivo. Nessuno pretendeva un suo impiego maggiore, ma nessuno si aspettava che Totti potesse diventare un problema così grande per Spalletti. Che ora se ne va da Roma non per colpa di Totti o di una stampa aggressiva, ma perché forse crede che nell’Inter ci siano meno margini di errore, con una squadra da rifare, più soldi e più possibilità di vincere lo scudetto. In bocca al lupo. Il tribunale dei fatti ci dirà, danaro a parte, se avrà fatto la scelta giusta.