Francesco Paolo Traisci

Ne hanno parlato tutti, giustizia è stata fatta: annullata la squalifica di una giornata a Muntari. Il giocatore ha potuto essere regolarmente inserito tra i convocati nella sconfitta della sua squadra contro il Crotone. Giustizia è stata fatta dalla Corte di Appello Federale, che è riuscita nel difficile compito di conciliare un esito fortemente voluto da tutti, con dei principi di diritto sportivo che difficilmente non avrebbero consentito di ottenere tale risultato.

I fatti sono noti e peraltro posti sotto gli occhi di tutti da una miriade di immagini televisive.  Le veementi proteste del giocatore per un insulto razzista partito dagli spalti ed ignorato dall’arbitro; il cartellino giallo sventolato di fronte al giocatore; la prosecuzione delle proteste e l’abbandono del terreno di gioco con conseguente automatica seconda ammonizione ed altrettanto automatica squalifica per somma di ammonizioni in un’unica gara.

Diciamolo subito: quella scelta dalla Corte era l’unica soluzione possibile per raggiungere il risultato che tutta l’opinione pubblica, tutti i vertici del calcio, e non solo, auspicava: la “cancellazione” della squalifica al giocatore, attribuitagli, automaticamente, dal giudice sportivo in seguito alla doppia ammonizione subita in campo. Una soluzione elegante che consente di salvare il mondo del calcio dalle accuse di razzismo, senza piegare (troppo) le regole della giustizia sportiva.

Ma quali sono i punti di discussione sollevati dalla pronuncia?

1) Uno dei punti cardine della nostra giustizia sportiva è stato affrontato in via preliminare: l’ammissibilità di un ricorso di urgenza per annullare la squalifica di sola una giornata. In realtà ci hanno sempre insegnato che in via di urgenza possono essere impugnate solamente le squalifiche superiori ad una giornata (lo dice espressamente l’art. 36 bis comma 8). Fatti incontrovertibili. Ed allora come ha fatto la Corte a ritenere ammissibile il ricorso? Semplice: non qualificandolo come ricorso di urgenza ma come ricorso ordinario e ritenendo che a questo tipo di ricorsi non sia applicabile la preclusione per le squalifiche di una sola giornata. Una qualificazione formale scelta dal Collegio che non sembra compatibile con la tempistica con la quale è stato trattato il caso dalla stessa Corte. Se ciò che distingue i due ricorsi è semplicemente la rapidità con la quale viene espletata l’intera procedura da parte del giudice, allora il collegio ha praticamente detto che è stato rapido a decidere non perché era stata proposto un ricorso di urgenza ma perché ha voluto farlo rendendosi conto della importanza e della eccezionalità della questione. Condivisibile? Nella sostanza sì, ma sarà forse necessario fare attenzione per il futuro a distinguere le due procedure su presupposti differenti rispetto alla volontà del giudice di “sbrigarsi” nell’arrivare ad una pronuncia sulla vicenda.

2) Altro presupposto della giustizia sportiva: il giudice di secondo grado riforma la pronuncia del giudice di primo grado, non ritenendo di condividere il suo ragionamento. Ma, nel caso Muntari, su quale aspetto dei fatti e delle regole la Corte d’Appello Federale appello avrebbe contraddetto il giudice di primo grado, riformando la pronuncia di quest’ultimo? Quale sarebbe l’errore commesso dal giudice sportivo, meritevole di preso in considerazione per riformare la sua decisione? In realtà il giudice sportivo avrebbe applicato automaticamente il regolamento: somma di ammonizioni in un’unica gara, due gialli che diventano un rosso ed automatica squalifica ai sensi di un regolamento noto a tutti. Ed allora dove sarebbe l’errore? L’errore starebbe, secondo il Collegio giudicante, a monte, ossia nelle due ammonizioni (o, quantomeno in una di esse) comminate dal giudice di gara durante la partita. L’errore sarebbe stato dell’arbitro e sarebbe contenuto nel suo referto. Ma quale sarebbe l’ammonizione sbagliata? Per i giudici sicuramente la prima. Da quanto si legge nel testo della decisione, l’arbitro sentito telefonicamente avrebbe ammesso di aver “comminato la prima ammonizione nei confronti del calciatore, Muntari Sulley Ali, perché non aveva compreso, in considerazione del nervosismo dello stesso calciatore -che si esprimeva, peraltro, in parte in italiano e in parte nella propria lingua madre – che le proteste dello stesso fossero state determinate dai cori razzisti rivolti nei suoi confronti dai sostenitori del Cagliari; circostanza, quest’ultima, di cui il Direttore di gara ha ammesso di avere preso consapevolezza soltanto successivamente”. Quindi al telefono, l’arbitro avrebbe precisato di aver capito solo successivamente di avere ammonito ingiustamente il giocatore, aggiungendo anche di essersi reso conto solamente dopo dell’errore (quando, non è dato saperlo). Da quest’ammissione il collegio giudicante è arrivato a presumere “che ove il Direttore di gara avesse avuto consapevolezza delle reali motivazioni del nervosismo del calciatore, Muntari Sulley Ali, non avrebbe adottato il primo provvedimento disciplinare nei confronti dello stesso; il che non avrebbe determinato, a seguito della seconda ammonizione -comminata per essere, il Muntari, uscito dal campo senza autorizzazione -l’espulsione del calciatore medesimo”. Quindi l’arbitro avrebbe sbagliato nel comminare la prima ammonizione. Anche la seconda sarebbe però ingiusta perché senza l’errore sulla prima ammonizione, il giocatore non sarebbe uscito dal campo per proseguire nelle sue proteste che quindi debbono essere ritenute giuste. Da tutto ciò possiamo dedurre che il giudice di appello può anche entrare nel merito delle singole decisioni prese dell’arbitro durante la gara, rivendendo e rivalutando la correttezza delle singole ammonizioni comminate durante la gara, in base alla presunzione di come si sarebbe comportato il direttore di gara qualora avesse percepito in modo diverso lo svolgimento dei fatti di gioco! Cosa che mai era stata affermata e che un po’ stride con il ruolo stesso del giudice sportivo che deve rifarsi al referto dell’arbitro ed alla sua percezione dei fatti di gara, senza grandi spazi per poterli interpretare.

3) Contenendo il referto arbitrale inevitabilmente notizia delle due ammonizioni e delle loro motivazioni, come avrebbe fatto il Collegio a rendersi conto dell’erroneità di quest’ultimo, laddove evidentemente questo non poteva contenere alcuna menzione di cori razziali, ristabilendo quindi la verità dei fatti? Non con la prova televisiva: anche qualora fosse ritenuta ammissibile, in questo caso dall’audio delle riprese televisive non emerge alcun grido o coro razzista contro il giocatore. Ed allora come ha fatto il Collegio a sapere che tali cori, non sentiti dall’arbitro e da nessuno dei suoi assistenti, erano stati effettivamente intonati contro il giocatore e che non fossero voci interne alla mente di un giocatore troppo stanco o stressato dalla partita? In fondo era il referto (e quindi la parola) ufficiale del Direttore di gara contro quella di un giocatore. E, di solito, in questi casi vale la prima. E’ evidente che la verità deve emergere dagli atti ufficiali di gara. Ma da quali atti sarebbe emersa? Non certo dal referto, il quale, per i motivi visti sopra non poteva contenere alcun riferimento a cori razzisti che avrebbero giustificato il comportamento del giocatore e, di converso, reso ingiusto quello dell’arbitro. Ed allora come ha fatto il collegio a stabilire la verità? Grazie ai numerosi rappresentanti della Procura Federale presenti sugli spalti dello stadio sardo. Ce lo dice la stessa pronuncia quando afferma che “non vi è dubbio che i cori razzisti, rivolti da alcuni sostenitori della Società del Cagliari nei confronti del calciatore della Società del Pescara, Muntari Sulley Ali, siano stati distintamente percepiti dai rappresentanti della Procura Federale che ne hanno fatto specifica menzione nel proprio rapporto; l’univocità di tale refertazione dimostra che tali cori sono stati percepiti in tutte le zone del terreno di gioco in cui erano posizionati i rappresentanti della Procura Federale” Quindi sarebbero stati i referti dei rappresentanti della procura a far cambiare idea all’arbitro ed a farlo rendere conto del suo macroscopico errore! Quindi il referto del Direttore di gare potrebbe venire contestato non solo in base alla prova televisiva (nei casi in cui il regolamento la ritenga ammissibile) ma anche in base agli ulteriori referti dei rappresentanti della procura federale.

4) In sintesi, sono almeno tre i punti in cui questa pronuncia potrebbe apparire destinata a rappresentare un precedente chiave per il futuro della nostra giustizia sportiva. Tuttavia non sappiamo se lo farà davvero o se rimarrà una pronuncia volutamente isolata. Questa seconda soluzione pare quella suggerita dallo stesso Collegio quando afferma sin dall’inizio che si tratta di un caso che rappresenta evidenti profili di “straordinarietà ed eccezionalità”. E’ questa la vera motivazione per la quale è stato accolto il ricorso così come ben evidenziato dallo stesso quando afferma che “in considerazione, lo si ripete ancora una volta, della straordinarietà ed eccezionalità della fattispecie di cui è giudizio ed al fine di evitare la stridente contraddizione che verrebbe a determinarsi, nell’ambito dell’ordinamento federale, tra le disposizioni, peraltro derivate dall’ordinamento UEFA, che sanzionano in modo particolarmente rigoroso i comportamenti di discriminazione razziale, e una decisione, quale quella assunta dal Giudice sportivo, con la quale è stato sanzionato il calciatore che è stato vittima di tale gravissimo comportamento discriminatorio e non invece la Società i cui sostenitori si sono resi responsabili dei cori beceri, ritiene possa pervenirsi all’accoglimento del ricorso”.

La giustizia del caso singolo ha trionfato nei confronti della rigidità delle regole di un diritto uguale per tutti. In questo caso è giusto così!

Un ultimo appunto: il collegio ha annullato la squalifica. Ma delle due ammonizioni non si parla nel dispositivo della pronuncia. Che sorte avranno?