Francesco Paolo Traisci

Purtroppo (c’)è cascato di nuovo. Parliamo dello sfortunato calciatore della Roma Kevin Strootman che, dopo il parapiglia durante il derby di andata con la rovinosa caduta davanti alla panchina della Lazio in seguito ad un diverbio con Cataldi, è stato nuovamente deferito dalla Procura della FIGC per aver indotto con la sua caduta in area di rigore della Lazio l’arbitro a concedere la massima punizione alla Roma. Rigore, poi trasformato da De Rossi per il momentaneo pareggio, che non è però bastato ai giallorossi per portare a casa un risultato positivo.

Le differenze tra le due squalifiche di Strootman

Oggi come allora il centrocampista olandese viene accusato di aver simulato la caduta e di aver portato il direttore di gara a prendere un provvedimento sbagliato. Quali le differenze fra i due casi? Allora l’arbitro, in seguito alla caduta dell’olandese decise di espellere il giocatore avversario seduto in panchina per comportamento violento e il romanista per la provocazione nei confronti dei giocatori seduti sulla panchina avversaria; domenica invece un rigore inesistente è stato concesso alla Roma. All’epoca la Roma si difese essenzialmente dicendo che la prova televisiva, utilizzata per scoprire la presunta simulazione del proprio giocatore, non avrebbe potuto essere applicata al caso di specie, venendo però contraddetta dal giudice sportivo (sia di primo grado che di appello), ma riuscendo comunque a far cancellare in appello la squalifica comminata dal giudice sportivo di primo grado. Nel caso più recente invece appare pacifica la possibilità di ricorrere alle immagini televisive. Ed allora come si difenderà la Roma per poter contare sul suo giocatore per le cruciali partite contro Milan e Juve? La Roma dovrà sostenere che non ci sarebbe stata alcuna simulazione: il giocatore, saltando per paura del contatto con la gamba dell’avversario, si sarebbe scomposto e sarebbe caduto da solo, ma senza malizia, senza simulare alcunché, senza volontà di indurre l’arbitro in errore. In realtà, questa ricostruzione dei fatti ricorda un po’ quella che consentì al giocatore di evitare la squalifica nel precedente episodio. Infatti, come scrivemmo a suo tempo, sebbene la Roma si fosse difesa sostanzialmente negando l’applicabilità della prova televisiva al caso Cataldi-Strootman, la Corte Sportiva di Appello, entrando spontaneamente in una complessa valutazione del nesso di causalità fra la trattenuta da parte di Cataldi e la rovinosa caduta del calciatore olandese, era arrivata a non escludere che, avendo sentito una pressione sulla spalla, quest’ultimo si sarebbe buttato a terra per evitare danni più gravi.

Ecco che la storia si può ripetere: per timore dell’intervento del difensore, non sapendo che il piede dell’avversario non avrebbe comunque colpito la propria gamba, il forte centrocampista olandese sarebbe comunque saltato e avrebbe perso l’equilibrio. Riuscirà la Roma a spostare la questione sul lato psicologico del comportamento convincendo il giudice sportivo che l’involontarietà della caduta avrebbe escluso la simulazione? Assai difficile vedendo le immagini televisive con il primo piano del volto del giocatore sorridente a terra dopo il fischio arbitrale. In realtà la difesa del club giallorosso, per avere successo, dovrebbe riuscire a convincere il giudice sportivo che quando un giocatore cade a terra in area senza essere toccato da un difensore si deve presumere, fino a prova contraria, che abbia perso l’equilibrio (anche quando ciò è causato da un proprio maldestro movimento) e non che si sia lasciato cadere per ingannare l’arbitro. Non ci sarebbe quindi mai simulazione se non quando ci sia la prova concreta che esclude che il giocatore abbia potuto perdere l’equilibrio dimostrando quindi che abbia coscientemente voluto farlo (al fine di indurre l’arbitro in errore). Per fare passare una simile tesi sarebbe necessaria una palese inversione dell’onere della prova che, però, altererebbe completamente la disciplina e la ragion d’essere delle sanzioni per la simulazione.

IL PROBLEMA DELLA REAZIONE DI STROOTMAN
Certo che in generale la prova della buona fede del calciatore che sia effettivamente scivolato incolpevolmente inducendo l’arbitro in errore potrebbe essere data dall’ammissione da parte dello stesso della realtà dei fatti, facendo così ritornare l’arbitro sulla propria decisione. Cosa che raramente è avvenuta (e certo non nel caso in esame), ma che dovrebbe servire proprio a mostrare l’involontarietà del comportamento simulatorio (e soprattutto la non accettazione del vantaggio concesso da decisione ingiusta, sia esso un rigore o l’espulsione di un avversario). Mentre un imbarazzato silenzio o addirittura una palese esultanza per l’errore arbitrale non possono certo essere prova di una buona fede di chi l’ha provocato e ne ha beneficiato! Sicuramente si tratta di un calcio ideale (forse irreale) per molti tifosi che probabilmente continuano a preferire che i proprio beniamini anziché confessare e vedere gli arbitri tornare su decisioni sbagliate particolarmente vantaggiose per la propria squadra tacciano ed accettino queste decisioni perché in fondo se c’è l’arbitro è lui che deve decidere e non i calciatori. Ma allora avrebbe senso prevedere una particolare disciplina sanzionatoria per i casi di simulazione?