Ignazio Castellucci

Il closing c’è stato, alla fine. Il Milan è dal 13 aprile 2017, di proprietà di un veicolo offshore, Rossoneri Sport Investment Lux, nato tra Lussemburgo e Hong Kong, con soci cinesi – tra cui Haixia, istituzione finanziaria del Fujian, che alla fine è rimasta, sola tra le istituzioni pubbliche cinesi, a fianco al sig. Li. L’acquisto è stato permesso dall’intervento di finanziatori cinesi e globali di alto profilo, tra cui Elliot Management, società nordamericana che gestisce hedge funds; e Huarong, colosso cinese inizialmente tra i possibili partner di equity nell’operazione del sig. Li.

Un prestito da restituire in 18 mesi

Al pesante indebitamento del sig. Li (oltre 300 milioni di euro ricevuti dalla sola Elliot; altri 190 milioni in buona parte ricevuti da Huarong) corrispondono garanzie sul club, che potrà essere nuovamente venduto ove il sig. Li non riuscisse a onorare i propri debiti. Elliot non è nota per l’approccio filantropico nei rapporti con i suoi debitori: le risorse imprestate das Elliot andranno restituite entro diciotto mesi, con interessi che si aggirano, pare, attorno all’undici e mezzo per cento. A oggi non pare essersi conclusa, insomma, quell’operazione economica di lungo periodo e di ampio respiro, mossa da un potente motore economico cinese, divisata nell’estate del 2016; non vi sarà alcuna quotazione in borsa a Shanghai; né con l‘attuale assetto possono immaginarsi significative sinergie sportive ed economiche con la Cina e il mondo, del tipo di quelle ipotizzabili per l’Inter dopo l’acquisto da parte di Suning.

Quello che si è conclusa ieri è invece un’operazione di finanza offshore resa possibile da una importante leva finanziaria, con un pesante indebitamento del suo promotore. Il sig. Li potrebbe forse tentare di quotare la sua creatura alla borsa di Hong Kong, per raccogliere risorse fresche, ma anche lì troverà requisiti stringenti: il Milan non sembra avere oggi i requisiti di capitalizzazione e redditività necessari per la quotazione. Riuscirà il sig. Li a onorare i debiti con Elliot nei 18 mesi a sua disposizione? E magari anche a trovare anche le risorse fresche necessarie per rilanciare la squadra e trasformarla in una gioiosa macchina che produce utili? Non si parla più dei 350 milioni di euro previsti nel progetto iniziale del sig. Li per rilanciare il club attraverso un piano di investimenti, ma solo di generici “impegni” in tal senso della nuova proprietà. Sono a disposizione circa 50 milioni, prestati da Elliot specificamente per finanziare la campagna acquisti; ma l’ammontare limitato di questo prestito e il finanziamento a soli 18 mesi la dicono lunga sulla sostenibilità economica dell’operazione conclusa ieri per chi, come Elliot, ha potuto smontarla e guardarla bene dall’interno prima di intervenire mettendo soldi veri sul tavolo. Il Milan non è noto per aver prodotto utili, recentemente; non è in Champions League, e non si sa se ci andrà nella prossima stagione. Anche Berlusconi ha preso le distanze, formalmente: dopo il tira-e-molla dei mesi scorsi non sarà più neppure presidente onorario, contrariamente a quanto si prevedeva nell’estate del 2016. Alla fine, dell’idea originaria è rimasto solo il closing firmato dal sig. Li; ma l’operazione divisata inizialmente è stata sostituita in corsa da una totalmente diversa operazione-ponte, non ancora completata e probabilmente ancora in parte da disegnare.

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Una delle tante vittorie del Milan di Berlusconi, nella foto la Supercoppa Italiana 1988.

L’opzione di mantenere la facciata non riesce a nascondere del tutto che la vendita del Milan non è conclusa nella sostanza. Rimarrà forse in parte sconosciuta la serie dei motivi per cui si è preferito far finta di chiudere quando era evidente che le condizioni possibili erano ben distanti da quelle ideali. Mi pare però evidente che l’epilogo (provvisorio) di ieri risponda agli interessi di Li, che diversamente avrebbe perduto almeno buona parte delle caparre versate; ma anche a quelli di Berlusconi, con la sua urgenza di vendere e fare cassa e con quella di dare alla piazza il closing troppo a lungo e troppe volte rinviato. Oltre che per evitare varie altre ripercussioni negative: accertamenti antiriciclaggio sulle caparre, e i costi e i rischi legali la possibilità di doverle alla fine almeno in parte restituire; delusione/disaffezione dei tifosi; ricadute negative sul suo standing politico ed elettorale. Meglio salvare capra e cavoli, e la faccia di tutti. Di certo, la soluzione di oggi è stata negoziata con un sig Li in una posizione molto debole. Altrettanto certamente, Berlusconi si è garantito meccanismi contrattuali e societari, diretti e indiretti, per continuare a tutelare i propri interessi di businessman e di figura pubblica associata alla storia del Milan. Anche la scelta di rivolgersi a Elliot Management, secondo quanto suggerisce oggi Giuliano Balestreri con la consueta acutezza e ricchezza di dati su Business Insider (che parla della presidenza del sig. Li come di una  presidenza “commissariata”), potrebbe essere stata fatta da Fininvest, sfruttando un legame diretto tra Elliot e Paolo Scaroni, amico di Berlusconi – già nominato da lui, quando era presidente del Consiglio, ai vertici di Eni ed Enel – nonché ex vicepresidente della banca di investimenti Rotschild, advisor finanziario della Rossoneri Sport Investment Lux; Scaroni sarà membro del nuovo consiglio di amministrazione del Milan.

In condizioni normali, un proprietario del Milan al 99,93% avrebbe ogni potere di nominare tutti i membri del consiglio di amministrazione, o al massimo sette su otto: qui invece si è giunti a un cda misto tra italiani e cinesi, di 4+4; con in più la presenza di un organo consultivo e di fatto di di supervisione della gestione che risponde a Elliot Management. In condizioni normali, inoltre, un’operazione di questa portata viene pianificata e finanziata su un orizzonte temporale ben più ampio dei 18 mesi concessi al sig. Li. Il sig. Li, insomma, non ha il pieno controllo del Milan (in cda solo 5 voti su nove, contando anche il suo), pur essendone proprietario. E ha poco tempo, molto poco, per pagare i debiti. L’operazione conclusa dunque è evidentemente un ponte per puntare a un assetto definitivo ancora da definire. Non condividiamo l’idea di Giuliano Balestreri per cui – vista la presenza di Elliot, il legame con Scaroni ecc. – l’assetto definitivo potrebbe essere un già pianificato ritorno di Fininvest (non avrebbe senso specialmente per Berlusconi), o comunque un acquisto necessariamente “italiano”: pare più ragionevole ipotizzare che la pantomima sia avvenuta per non far saltare il closing già troppe volte rinviato, per i motivi già detti, nell’attesa di un compratore finale.

Nella sostanza, se il sig. Li fallirà gli obiettivi, Scaroni ed Elliot certamente avranno un peso nella decisione in merito a chi (altro) vendere; una decisione a cui è possibile o probabile che stiano già lavorando. Insieme forse anche al sig. Li, formalmente proprietario del Milan al 99,93% che però in termini economici ha introdotto un valore attivo nella società di fatto coincidente con i 250 milioni di caparre in contanti: il resto sono debiti, garantiti (anche) con il club stesso; e sono debiti che hanno un “peso” non indifferente sulla governance del clubCredo che Fininvest e i suoi advisor abbiano disegnato insieme ad Elliot questo “piano C”, con l’assenso anche di Rotschild, advisor del sig. Li, e lo abbiano imposto a quest’ultimo – che pur di non perdere le caparre versate ha dovuto ingoiarlo obtorto collo, dopo il fallimento dell’idea iniziale e poi del suo “piano B” consistente nell’acquisto mediante indebitamento; soluzione quest’ultima che non garantiva gli interessi in gioco di Berlusconi, della Fininvest e del Milan. Il sig. Li ha dovuto, nella sostanza, caricarsi i costi e gli oneri finanziari della soluzione-ponte – costo accettabile, diciamo tra cinquanta e settanta milioni a fronte di caparre che potevano essere perse per trecento – e accettare la gestione “sotto tutela”, con l’obiettivo di riuscire presto a risistemare la società o passare la mano. Con l’ulteriore indebitamento il sig. Li ha comunque acquistato la chance di riuscire a pagare tutti i debiti entro diciotto mesi e proseguire nella sua avventura. Gli va riconosciuta una certa tempra di giocatore, chapeau.

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Silvio Berlusconi accanto a un giovanissimo Adriano Galliani.

Un fattore critico sarà l’esito del campionato in corso: se il Milan lo concludesse bene e nella prossima stagione si trovasse in Champions League potrebbe avviare un ciclo economico e sportivo virtuoso; se il sig. Li riuscisse anche a pagare i debiti nei tempi previsti sarebbe un risultato straordinario anche dal punto di vista economico-finanziario. E in quel caso potrebbe alla fine lui stesso decidere se proseguire l’avventura oppure, à la Tohir,  rivendere il Milan per portare a casa un ragionevole utile da tutta questa storia. Ma ora basta; lo psicodramma collettivo si è consumato, il closing è avvenuto, la catarsi è raggiunta, almeno per il momento. Oggi 14 aprile ci sarà la prima assemblea dell’ A.C. Milan dell’èra post-berlusconiana, la nomina dei nuovi organi sociali, e poi tutti a casa: Li Yonghong andrà a riordinare i suoi estratti conto, e ne avrà per un po’; Silvio Berlusconi è già tornato ad allattare i suoi agnellini. I tifosi rossoneri si prepareranno, in onore all’ex Presidente, a una Santa Pasqua Vegana; e, insieme a noi interisti, al primo derby sul fuso orario di Pechino.