Francesco Paolo Traisci

Siamo stati facili profeti… quando commentando la prima riunione del Consiglio Federale e la nomina dei due Vice Presidenti abbiamo puntato il dito sull’assenza dei rappresentanti delle due principali leghe professionistiche perché entrambe prive di organi rappresentativi. Proprio in quella riunione fu sancita la decadenza ufficiale del Consiglio di Lega di serie A, mentre per quella di Serie B, a seguito delle dimissioni irrevocabili del Presidente dell’epoca, Andrea Abodi, si aspettava un nuovo presidente. Nessun rappresentante delle due leghe ha potuto partecipare alla corsa per le due ambite poltrone di Vice Presidenti Federali che sono andate a Renzo Ulivieri (rappresentante dei Tecnici) e al Presidente della LND, Cosimo Sibilia. ma la perdurante assenza di un accordo fra i club di Serie A per la nomina di un Presidente di Lega è proseguita malgrado l’intensa attività di mediazione fatta dal Presidente del Collegio dei Revisori dei conti, Ezio Simonelli che, sconsolato, ha annunciato il fallimento, in realtà più che prevedibile e sicuramente non dipendente da proprie colpe, della propria opera di paciere.

I motivi del mancato accordo

Ma perché tutto ciò? Dove sta il punto della controversia? Per quale motivo i nostri club non riescono a mettersi d’accordo sulla governance del calcio che conta? In realtà al di là di dichiarate simpatie ed antipatie, di contrapposizioni ideologiche o di tutto quanto può effettivamente riguardare divergenze sulla struttura (un Presidente e un A.D., due consigli separati, uno per le questioni economiche ed uno per quelle “politiche”, o tutte le altre proposte di modifica dell’attuale assetto previsto nello statuto), il motivo è molto più semplice ed è alla luce del sole: sono i soldi, ossia le modalità di spartizione dei diritti televisivi che ormai rappresentano la vera risorsa economica di tutto il calcio (e non solo di quello nostrano). Il vero ruolo delle varie Leghe (soprattutto quelle professionistiche) ed il motivo per il quale esistono una Lega di Serie A distinta da quella di Serie B, è proprio per la gestione e la spartizione dei diritti televisivi, i cui proventi ormai superano di gran lunga i ricavi per gli spettatori allo stadio e quelli del merchandising (quantomeno da noi e ciò anche per i problemi di contraffazione e quant’altro).

Come è noto, il d.lgs. n. 9 del 2008 ha modificato la disciplina della commercializzazione dei diritti audiovisivi attribuendo all’organizzatore della competizione il compito di stabilire le modalità con le quali formare i pacchetti delle differenti tipologie di prodotti, delle modalità con le quali vendere tali diritti e di come ripartire i proventi della vendita. Già nel corso dei lavori parlamentari di approvazione del decreto, fu sconsigliato di attribuire alla Lega tale imprimatur, ritenendo che la ripartizione e la gestione di queste risorse economiche dovesse essere fatta secondo criteri di democraticità ed imparzialità che la Lega, in quanto un organo composto dai rappresentanti delle singole squadre, non era in grado di garantire. Il grido di allarme era stato inviato dall’Antitrust già prima dell’emanazione del decreto con l’invito specifico al Parlamento di designare in tale ruolo un soggetto esterno (quale ad esempio la Federazione stessa). Ed il nostro legislatore che ha fatto? Per evitare ogni coinvolgimento ha omesso di indicare il soggetto organizzatore, trincerandosi dietro la volontà di rispettare il principio di autonomia dell’ordinamento sportivo, tanto che proprio alla Lega Nazionale Professionisti (poi alle varie Leghe) l’ordinamento sportivo ha attribuito questo ruolo. E non sono nemmeno servite le successive indicazioni della stessa Commissione Antitrust (da ultimo nel 2013) ha modificare tale indicazione…


A dispetto di questi giustificati (da tutto ciò che è poi avvenuto e ancor di più dalla attuale preoccupante situazione) ammonimenti, la gestione dei proventi della cessione dei diritti audiovisivi è tuttora attribuita alle singole leghe che li ripartiscono in funzione dei criteri che ogni triennio ciascuna decide di seguire, muovendosi però all’interno dei paletti messi dallo stesso decreto. Come avevamo scritto in precedenza, i giochi per stabilire queste modalità sono ufficialmente iniziati nei primi mesi di quest’anno, perché deve essere trovato l’accordo sulla commercializzazione dei diritti per il triennio 2018-2021.  Ed è iniziata la guerra fra piccole, medio piccole, grandi, medio grandi …  con schieramenti di amici e nemici. Battaglia senza confine e su ogni fronte. Oltre a mettere in discussione le modalità di ponderazione e di effettiva misurazione degli attuali criteri (che come tutti sanno sono oltre ad una quota uguale per tutti, di cui il decreto stabilisce la percentuale minima, il bacino di utenza ed il merito, ciascuno dei quali, a sua volta, suddiviso in varie voci), qualcuno pare addirittura voler mettere in discussione lo stesso ruolo delle Leghe nella gestione economica dei diritti, auspicando un ritorno alla commercializzazione individuale delle singole gare per tornare alla disciplina precedente al decreto in cui ogni squadra poteva liberamente vendere i diritti sulle partite giocate in casa (venendo quindi direttamente riconosciuta come organizzatore dell’evento sportivo). Riuscirà il nuovo Commissario nominato dalla FIGC (ossia lo stesso Presidente Federale, Carlo Tavecchio), a dipanare la matassa? Dovrà farlo, ma come?