Oliviero Beha

Ci dice qualcosa la rielezione di Carlo Tavecchio alla presidenza federale calcistica con il 54% e spicci dei voti, lunedì scorso, nell’Hilton arrivi & partenze di Fiumicino? All’apparenza nulla, né di nuovo né di significativo, in linea con la sagomatura dei due candidati, il Tavecchio e l’aspirante Tanuovo Abodi, provenienza Lega di B più Sindacato Calciatori più cordata rimasta in panne dell’ex presidente Abete (Giancarlo, ma si legge il fratello Luigi). Sul ring dell’assemblea non erano infatti saliti due pugili indimenticabili. Uno, avanti negli anni, dopo aver fatto il sindaco in Lombardia e a lungo il rettore della Lega Dilettanti da cui i voti, allievo all’ingrosso del fu ministro democristiano aedo dell’agricoltura Marcora, è subentrato al longevo Abete travolto dall’esito dei Mondiali in Brasile ma oggi ostile al suo successore grande esperto di gaffes, ispirato in tutto o quasi dal solito Carraro e migliore come persona di come sembra. L’altro studia da politico sportivo da quand’era in fasce, non è allievo di nessun maestro in fatto di estrazione culturale anche se è di provenienza destrorsa né di un magistero ha mai sentito il bisogno, potrebbe quasi essere il figlio di Tavecchio.

Cosa è cambiato nel Palazzo?

Le premesse perché non cambiasse nulla c’erano tutte, in entrambi i casi, sul filo dei voti, anche se modello Malagò a capo del Coni a (relativa) sorpresa vincente su Pagnozzi, portavoce del longevo Petrucci, Abodi sembrava avere il vento più favorevole. Invece il segnale era arrivato poco tempo fa dalla Lega di A, i cui maggiori club tra un Lotito e un Galliani (o cinese subentrante) sono i veri padroni del nostro pallone. Dovevano eleggere il presidente, dopo secoli in tal veste di Beretta, una volta collega dai molti incarichi e poi ben remunerato nel e dal Gotha rotondocratico in mezzo ai suoni: ma con sussiego da pupari hanno rimandato, in attesa del voto in FIGC. E a quanto pare i suffragi decisivi nell’urna per Tavecchio lunedì sono stati quelli della categoria fischiettante dell’AIA, il cui senso maggiore (alla faccia di tutte le esternazioni sulla “importanza sportiva e sociale del movimento arbitrale”) è legato da sempre alla Serie A, alle occasioni internazionali di carriera, alla visibilità e in definitiva al gradimento dei grossi club di cui sopra. Quindi come sempre tutto si tiene, anche come risposta alla domanda su cosa cambi con Tavecchio invece che Abodi nel Palazzo: tutto e niente.

Abodi e Tavecchio, candidati alla presidenza della Figc (foto calcioefinanza)

LA SEPARAZIONE DEI POTERI E’ POCO MENO DI UN’UTOPIA
Voglio dire in sostanza che senza la separazione dei poteri, quella classica montesquieuiana dell’esecutivo, legislativo e giudiziario che nella cosiddetta Repubblica pedatoria sono coagulati formalmente nel vertice federale, non se ne esce. L’autonomia del giudiziario, cioè gli arbitri e la giustizia sportiva, dal punto di vista “politico”, economico e operativo, è indispensabile per garantire un altro andazzo, molto più trasparente, regolare e credibile, a tutto il calcio. Per carità, come ci dimostra lo stato del Paese (il nostro ma anche altrove) nel resto, questa suddivisione dei poteri è poco meno di un’utopia. Ma così non cambierà mai nulla neppure nella gestione pallonara e il prossimo presidente della Lega di A versione Tavecchio bis sarà un Beretta anche senza chiamarsi così. Forse bisognerebbe scegliere direttamente un ex arbitro…