Oliviero Beha

Per un lungo periodo lo scorso campionato, e nel settembre scorso per i 40 anni di Francesco Totti, è riapparso alla luce dei commenti come un fiume carsico il discorso sulle “bandiere”: i giocatori simbolo nel tempo di un’identità per la squadra e il club che rappresentano. Ne sono rimasti pochissimi in giro, per non dire, Totti  essendo disceso nell’inferno agonistico degli “anta”, praticamente nessuno. Ma in questo generale ammainabandiera si rischia come assai spesso di vedere il dito che indica la luna ma non la luna stessa.

Bernardeschi patrimonio fiorentino

Nella risaputa metafora qui il dito è il vessillo/calciatore abbrunato e la luna la progressiva e sempre più rapida perdita di identità delle varie società. Per un ragionamento esemplare, ne prendo una a me cara perché da un lato offre (temo solo a tempo determinato…) l’ipotesi di una bandiera contemporanea, l’emergente pirotecnico Federico Bernardeschi (e poi Chiesa molto più simile in effetti a un Kancelskis che al padre Enrico: vedremo), dall’altro è la prova provata di questa identità latitante. E per i club, le squadre e qualsiasi insieme sociale l’identità è indispensabile: è qualcosa che riguarda il singolo ma subito dopo la collettività, la coralità del gruppo, quella che banalmente si trasforma in “personalità” nelle cronache sportive. Qualunque notazione riguardi Bernardeschi, proveniente dall’interno o dall’esterno della Fiorentina, tutti sanno benissimo che il ragazzo di Carrara allettato da offerte migliori e dall’idea di una carriera più luminosa verrà ceduto, appena i suoi “datori di lavoro” riterranno arrivato il momento giusto per monetizzare. E’ quello che in realtà penserebbero di fare con tutti: si compra un giovane, lo si valorizza, si cerca di mantenere un livello medio alto di gioco e di classifica, e a maggior ragione se questo fine viene raggiunto si vende. Obietterete: e che c’entra il deficit di identità (collegato alle bandiere ammainate) con un qualunque esempio di società che compra a poco e rivende a molto? Non è quello che fa qualunque commerciante? Vero, ma qui torniamo immediatamente alla specificità del calcio, ancora fondato sulla passione, sulla partecipazione (sempre meno fisica, allo stadio, e sempre più televisiva), sull’emotività “senza prezzo” del tifoso. Che proprio nel tempo, nella memoria, nella continuità che non a caso le bandiere flosce mettono a repentaglio, fonda il suo spirito di appartenenza e il suo “livello di aspettativa”. Voglio dire che a parità di tifo, la Juve o il Milan non sono sullo stesso gradino che so dell’Udinese o dell’Empoli, senza ovviamente nulla togliere a queste ultime, importanti per un campionato come le prime (per questo la storia dei diritti tv andrebbe “politicamente” del tutto rivista, e le ultime notizie possono far sperare…).

ANCHE FIRENZE HA IL DIRITTO DI SOGNARE
Ma le aspettative della Juve/Fiat pur nelle diverse declinazioni in capo al club o quelle del Milan (Inter, Roma, Napoli, Lazio) rimangono alte, anche se cambiando le proprietà scema anche l’identità: è un altro dei motivi per cui fa bene la Juve e fa bene il più aggiornato degli attori principali, De Laurentiis, che evidentemente più in gamba degli altri ha mangiato in fretta la foglia, l’albero e la foresta combinando napoletanità, risultati ed economia aziendale. Mentre Milan, Inter e Roma affannano dietro cinesi o italoamericani dall’identità incerta… In senso simbolico, almeno. La Lazio vive una situazione casareccia ma oculata, con Lotito furbissimo nel mescolare la sua presidenza alle altre sue attività, e invece è proprio la Fiorentina la società e la squadra meno identitaria. Chi sono, questa società e questa squadra? Un club storico, con una memoria di calcio fiorentino nel DNA, un palmares di tutto rispetto, una cittadinanza che come poche altre coincide con la squadra e i suoi colori (decisivo il fatto che sia l’unica squadra di Firenze, mentre altrove sono due), oppure un’impresa che deve far utili o non perderci soldi pur essendo la proprietà tra le prime tre italiane in quanto a disponibilità economica? Intendiamoci: ognuno dei propri soldi fa quello che vuole, ma la Fiorentina è anche se non soprattutto della sua gente. Che dunque ha diritto di sapere se il proprio “livello di aspettative” riguarda la Juve o l’Udinese. E’ vero, sempre di bianconeri si tratta. Ma è proprio in questa landa indistinta che germoglia l’insoddisfazione tifosa e la mancanza di identità che si vede in città, in società, sul campo. Non c’entrano tanto né gli allenatori né i giocatori, solo una conseguenza di quello che si vuole essere. E che, a 15 anni di distanza, i Della Valle bros. non hanno ancora chiarito. Perché? Semplicemente perché non possono: nel primo caso debbono investire, nel secondo possono benissimo guadagnarci sopra, ma non con il consenso dei fiorentini. E come immagine ridursi il rango sarebbe pesantissimo anche nel resto.