Stefano Impallomeni

Nel calcio l’errore più grande è quello di scambiare una fede con chi si pensa possa professarla ad oltranza. Il club e una maglia, salvo clamorosi fallimenti, rappresentano una realtà immanente nella testa e nella vita di un tifoso. I campioni passano, la squadra del cuore resta. È stato così in passato. Ne abbiamo viste tante. Tradimenti, fughe, promesse non mantenute. È successo negli anni in cui non ero nato e si verifica anche adesso in cui il calcio ha una dimensione diversa, diciamo al passo con i tempi. La vicenda Higuain ha scosso un mercato che sembrava essersi imbalsamato su formule di ripiego. Novanta milioni di euro sonanti e l’estate è diventata improvvisamente rovente. L’Italia, grazie alla Juve, ha scoperto una liquidità insospettabile. E’ un’eccezione che sfugge alla regola.

Higuain, un colpo al cuore per i tifosi napoletani

La squadra di Agnelli ha speso, il Napoli ha incassato e Higuain, a detta di molti, avrebbe tradito. Per i napoletani è stato un colpo terribile. Ma da quelle parti se ne faranno una ragione. Per fortuna loro Maradona è stata la rivelazione magica, il fiore all’occhiello, il vanto inestinguibile. Maradona, il più grande calciatore della storia mondiale con Pelé, ha giocato in Italia e lo ha fatto soltanto con una maglia, quella del Napoli. Higuain non è Maradona e, ora, fa discutere ogni giorno. Per lo stesso Maradona il trasferimento ci sta. L’affare è condivisibile, considerando anche l’età dell’argentino. Alla soglia dei 30 anni i treni vanno presi al volo. Higuain non ha parlato, ma ha deciso, clausola a parte, di andarsene. Nel frattempo, in attesa di sentirlo, parlano gli altri. Totti, pur non citando né lui, né Pjanic, analizza il perché di questa anoressia sentimentale andata in scena in questo periodo.Per il capitano della Roma, intervistato su Gazzetta World (qui trovate l’intervista originale in lingua inglese), il problema delle scelte sono i soldi. Molti giocatori vanno via per aumentare i guadagni, fare cassa il più possibile prima di appendere gli scarpini al chiodo. Sfruttano l’onda, ottimizzano le stagioni positive appena disputate. Nessun giocatore straniero, dice Totti, è come Maradona. Nessuno si affeziona più, giura fedeltà. Gioca, difende i colori per il club, promette mari e monti, e poi alla prima occasione buona va via, da un’altra parte. Di Higuain non è piaciuto come se n’è andato. Si obietta il modo, ma non è altrettanto semplicistico discutere la sostanza. E credo che, nelle vicende specifiche di Pjanic e Higuain, la verità sia nel mezzo. Entrambi volevano andar via. Per i soldi e per la possibilità di vincere qualcosa di importante. Alla Juventus è più facile che accada rispetto a quanto possa avvenire a Roma e a Napoli. E, fino a prova contraria, lo sanno anche i bambini. Diciamo così: esistono ormai categorie diversamente affidabili sul piano del sentimento, dell’attaccamento alla maglia. La maggioranza dei calciatori, non soltanto straniera, è a contratto col cuore in scadenza. Vive il momento, se lo gode, ma non chiude a nessuna prospettiva di cambiamento. Ci sono pochi romantici in giro, l’illuminismo del calcolo sovrasta il vecchio senso di appartenenza. Si va in cerca di gloria, con un occhio al conto in banca. La squadra sul campo è il prodotto di un business che regola, scandisce ogni aspetto. I club sono aziende a tutti gli effetti, altro che mozione degli affetti. Il rendimento di un calciatore non serve solo a far vincere, crea plusvalenza, adesca compratori aggressivi. Le stesse dirigenze, salvo eccezioni, non vogliono più bandiere, a patto che facciano comodo per tenersi buona la piazza.

Totti, una bandiera a disagio nel calcio moderno

Ogni epoca calcistica ci ha consegnato strappi dolorosi. Storie del genere, con quella di Baggio, a Firenze, che finì addirittura in guerriglia urbana. Il mondo del calcio non è poi così cambiato. Baggio, se non fosse andato alla Juve, non avrebbe vinto un Pallone d’Oro. La gente, a distanza di tempo, sa metabolizzare il lutto e comprende l’addizione classica :si scappa da situazioni complicate per i soldi e per vincere con più facilità. Si gioca al calcio anche per alzare trofei e non soltanto per amore. Detto questo, Totti resta una splendida eccezione. Unica, direi, forse irripetibile.Ed è giusto che lo sia. È un fuoriclasse autentico. Avrebbe potuto guadagnare di più, ma ha scelto un popolo, il suo. Ha detto il suo pensiero senza offendere nessuno. E ha ragione quando dice che l’invasione degli stranieri nel nostro campionato è ai livelli di guardia. Si schiera per il ritorno alle frontiere, stile anni ’80,sarebbe dell’idea di tesserare due-tre stranieri a club e stop. Un’invasione perlopiù mediocre, di massa. Se fossero tutti buoni, i nostri giovani crescerebbero meglio e più velocemente. Avrebbero maestri, esempi veri da seguire. I campioni fanno sempre bene al movimento. Il guaio è che non se ne vedono tanti e di stranieri ne arrivano a frotte anche nei settori giovanili. Urge un momento di riflessione. È soprattutto lì che il business va rivisto. Il secondo posto della nostra Under 19 conferma proprio questo. Abbiamo perso 4-0 con la Francia perché loro hanno giocatori più esperti, consapevoli, agonisticamente superiori. Molti di loro già calcano il palcoscenico che conta. Il nostro secondo posto nell’Europeo è ottimo, ma una rondine non fa primavera.

Il commovente ritorno di Baggio a Firenze