Paolo Graldi

Primo, secondo, ancora primo: così nei Gp di Australia, di Cina e in Bahrein. Il leprotto Vettel si lascia alle spalle i gattoni in argento Hamilton e Bottas. Umiliato dal compagno di squadra nelle qualifiche (il finlandese lo ha superato per un soffio, una manciata di centimetri) il campione della Mercedes ha inseguito la Ferrari per tutto il Gran Premio, cercando furiosamente di recuperare quei cinque secondi di penalità che gli sono stati inflitti per aver intralciato frenando troppo presto l’entrata in pit lane di Ricciardo che lo seguiva per il cambio gomme.

Ferrari, sfida alla Mercedes senza timore

La Rossa, comunque, avrebbe vinto ugualmente perché il tedesco che già parla un italiano comprensibile e festeggia dopo il traguardo con i suoi “ragazzi” augurando a tutti “Buona Pasqua”, con tutta probabilità avrebbe retto l’urto dell’inseguitore. Lewis ha commesso un errore e lo ha pagato. Lo ha ammesso e perfino giudicato congrua la penalità: le corse sono anche questo, farò di più e meglio nel futuro, ha detto spalmandosi la tuta di umiltà. Il fatto è che dopo tre corse il mondiale della massima formula si rivela apertissimo e il superpotere delle Frecce d’Argento messo in discussione da una Ferrari rinata, ambiziosa e vincente. Toto Wolff, team principal della casa di Stoccarda, abituato a somministrare con equità i complimenti e i rimbrotti a seconda dei casi tra Lewis e Nico Rosberg, quest’anno è accigliato, batte i pugni sul tavolo, sogna le Rosse sul podio e poi, da sveglio, ce le vede davvero. Certo, la partita è apertissima: sono i sonni che si vanno agitando perché il lavoro d’inverno a Maranello si sta dimostrando davvero vincente, che la crisi che ha azzoppato la vettura negli ultimi anni sembra definitivamente superata. Marchionne si fa vedere alla vigilia delle gare, incita, sprona, bofonchia complimenti misti a velate minacce, lasciando intendere che la stagione delle sconfitte consecutive è finita e che le ambizioni sono, oggi, di portare a casa il titolo, costi quel che costi. E il leprotto Seb si è calato nella parte benissimo. Mentre tutti se ne tornavano a casa almeno per festeggiare la Pasquetta lui è rimasto nella fornace del Bahrein per i test in vista della ripresa a Mosca, a fine mese, altro appuntamento importante prima di Montecarlo che sarà la prova del fuoco tra i due campioni. Seb e Lewis si trattano a sorrisi e a pacche sulle spalle, basta musi lunghi, bronci e scenate di gelosia come l’anno scorso tra i due signori in tuta bianca: adesso però arriveranno i tempi duri del confronto e si dovrà mostrare il vero volto di questo sport, dove non esistono gli sconti e tutto si paga cash.
Seb e Lewis smetteranno di sorridersi e abbracciarsi perché il Campionato è lungo e lo stress non concede spazio per i convenevoli. Resta da ribadire un concetto già espresso: Il Mondiale è ristretto a due squadre, la Mercedes e la Ferrari e meno male che la Ferrari c’è. Arrancano subito dietro le Red Bull e si fa vedere talvolta la Williams di Massa ma dalla terza fila della griglia in poi è un’altra corsa tra macchine che si fermano, che prendono fuoco e piloti che vanno a sbattere appena intravedono un muretto da baciare. Le corse, piccoli duelli a parte che la stupenda regia di Sky F1 cerca di presentare al meglio, soffrono di monotonia che sconfina nella noia che il pubblico avverte e fa pagare in termini di calo di interesse. Il nuovo regolamento, le gomme larghe e qualche altra invenzione, non hanno sortito quel tocco magico che si sperava. Forse ha ragione Hamilton: bisogna tornare alle origini, lasciare i piloti soli negli abitacoli, a lottare contro gli avversari e contro le avversità della propria vettura. Bisogna forse riportare alla durezza dello scontro diretto il confronto tra piloti restituendo magia ed epicità al circo della velocità. La qualità fa la differenza ma se questa è troppo vistosa ecco che è chiedere troppo se lo scontro è tra due o tre piloti e due case madri.

rosberg hamilton

Maurizio Arrivabene, team principal della Ferrari.

In casa Mercedes Bottas ha fatto capolino con la pole, la prima della sua carriera ma poi, in gara, dai box gli hanno intimato di lasciar passare Lewis dopo avergli dato l’effimera gioia di giocarsela per cinque giri, come se i due fossero trattati alla pari. In casa Ferrari Raikkonen, l’uomo che conta le parole, lascia perplessi, soprattutto perché a Maranello vogliono vincere almeno il trofeo dei costruttori e il fatto che il finlandese, dopo tre gare, abbia le metà dei punti del suo compagno di squadra, non depone a favore del suo status e mette in discussione, stavolta per davvero, il suo seggiolino dentro la Rossa. Maurizio Arrivabene, tuta rossa numero uno, finalmente cessa di essere un ossimoro: ripete sempre le stesse quattro cose con inflessione brianzola ma stavolta la sua sobrietà di linguaggio sconfina in un territorio affascinante: ammette che c’è voluto coraggio, determinazione, tanto lavoro ma anche un pizzico di follia. Ecco: un pizzico di follia. Quella che, applicata a dosi farmaceutiche, ha determinato il successo di Pasqua. Sugli altri fronti fa tenerezza la decisione di Alonso di sfidare l’anello rovente di Indianapolis preferendolo al biscione di Montecarlo: con questa McLaren finire una gara è un miraggio e infatti anche stavolta il viaggio si è interrotto prima del traguardo. Lo spagnolo sta abbandonando il linguaggio speranzoso e diplomatico per rifilare alla squadra staffilate dolorose. Il tempo passa per un grandissimo manico come quello che possiede lui e certo il dettaglio non gli va ricordato. Dalla sabbia arroventata del deserto al fresco della terra di Putin e delle matrioske: due settimane e poi capiremo la vera piega del Mondiale. Per intanto: grazie leprotto Seb, grazie Rossa targata Ferrari. Il Drake a cinquant’anni dal suo Addio, da lassù, sorride e annuisce. E’ contento.