Bruno Tucci

Confesso ai miei due lettori una indiscrezione familiare. Mio nipote, undici anni e una grande passione per il tennis, mi chiede spesso: “zio, mi dici perché io debbo fare il tifo per Nadal, Federer o Djokovic e mai per un italiano?”  Già, come mai, vorrei domandarmi anch’io? Posso informarvi che i miei capelli sono talmente bianchi che andai a Praga ad assistere alla penultima finale di Davis che i nostri azzurri fecero contro la Cecoslovacchia (perdendo, purtroppo). Era il dicembre del 1980. Il nostro Paese era stato sconvolto da un terribile terremoto che aveva provocato centinaia di morti in Irpinia e in Basilicata. Come inviato del Corriere della Sera, avevo scritto i miei articoli per un numero infinito di giorni. Passando momenti d’angoscia e spesso dormendo in macchina o in qualche albergo abbandonato per paura. “Sotto la “vostra personale responsabilità” (con me altri colleghi dei quotidiani italiani), commentavano i proprietari.

Così, finito quel burrascoso lavoro, il direttore Franco Di Bella, sapendomi appassionato di tennis, mi telefonò e mi disse: “Per premio, vai a fare il “secondo” alla finale di Coppa Davis. Raccontami il “colore” di questo avvenimento”. Panatta e Bertolucci furono sconfitti con qualche magagna degli arbitri che è inutile ricordare. L’ultima Davis che andò ugualmente male si svolse nel 1998 a Milano con il famoso infortunio a Gaudenzi. Da allora, il buio più fitto. Perché tanto tempo? E per quale ragione non riusciamo più ad esprimere un campione ( in campo maschile) all’altezza dei primi della classe? Come mai non nasce un ragazzino che poi possa contrastare il passo agli avversari più blasonati e vincere magari a Wimbledon o a Parigi? È un interrogativo a cui non è facile rispondere. Perché di giovanetti bravi ne nascono e ne crescono, ma ad un certo punto la promessa svanisce e con essa il sogno di avere in casa un campione con la “C” maiuscola.

Ho chiesto molte volte a maestri di tennis navigati che conosco da tempo i motivi di una simile metamorfosi. Le risposte sono spesso identiche e l’una vale l’altra. Il tennis vuol dire sacrificio come ogni altro sport, specie ora che è generalmente professionistico. Arrivare in alto significa guadagnare un bel gruzzolo, addirittura fior di milioni di euro. Ed allora perché l’Italia non riesce? Per il semplice motivo che i sacrifici sono difficili da sopportare a sedici, diciassette o diciotto anni. Quando cominci a giocar bene, arrivano i primi soldi e con essi i primi divertimenti, i primi svaghi. Ci si accontenta, insomma, e si rimane a metà del guado. Senza infamia e senza lode. Così, dopo quasi cinquant’anni, viviamo ancora di ricordi: Pietrangeli, Sirola, Merlo; Poi Panatta, Bertolucci, Barazzutti. Consolandoci con le femminucce che hanno dato al nostro Paese non poche soddisfazioni anche a livello internazionale. Ora, dopo che la Pennetta è andata in pensione (si fa per dire), pure in quel campo non brilliamo più. Non è un peccato?